Moscato d’Asti Vigna Vecchia 2003

Degustatore: Barbara Brandoli Valutazione: @@@@
Data degustazione: 02/2011


Tipologia: DOCG bianco spumante
Vitigni: moscato
Titolo alcolometrico: 5 %
Produttore: CA’ D’GAL
Bottiglia: 750 ml
Prezzo enoteca: da 15 a 25 euro


La terra invoca, la vigna risponde… C’è una terra che tace e non è terra tua. C’è un silenzio che dura sulle piante e sui colli. Ci son acque e campagne. Sei un chiuso silenzio che non cede, sei labbra e occhi bui. Sei la vigna. (Cesare Pavese) Santo Stefano Belbo è un piccolo comune in provincia di Cuneo, famoso per due cose: aver dato i natali a Cesare Pavese e per la produzione del moscato. Il Moscato d’Asti, vino dolce di bassa gradazione, apparentemente non ha molte cose in comune con il grande e severo autore langarolo ma, a ben osservare, il moscato non è per nulla un vino semplice ed è contraddistinto da un fortissimo legame con il territorio. Un attaccamento quasi viscerale, tormentato, così come le tante liriche di Pavese dove ritroviamo la nostalgia di una terra espressa attraverso il racconto che sarà il filo conduttore di tutta la sua esistenza. A Santo Stefano Belbo, esattamente nella frazione Valdivilla, si trova l’azienda Cà d’Gal dove si produce il Moscato d’Asti Vigna Vecchia. Degli otto ettari vitati di proprietà della famiglia Boido, solo uno è riservato alla produzione del moscato Vigna Vecchia, una produzione limitata che proviene da viti di quasi cinquant’anni d’età. Pur disponendo di diverse annate di questo moscato, ho deciso di scrivere del 2003 che è la più datata in mio possesso, per testimoniare l’evoluzione e l’attitudine all’invecchiamento di questo straordinario vino. Cesare Pavese descriveva Santo Stefano Belbo come il suo luogo della memoria e dell’immaginazione, così io attribuisco oggi a questo calice le stesse parole e ne sento vibrare la profondità e la determinazione: esiste un forte collegamento tra le radici di questo territorio e lo sguardo verso il sogno, c’è la vigna chiusa nel silenzio che custodisce il sapere e c’è una terra che si rinnova attraverso la naturalità delle stagioni e l’attento e delicato lavoro dell’uomo. Il colore è giallo paglierino intenso con riflessi quasi dorati, la carbonica è presente e si percepisce cremosa al palato, il naso è accattivante, un tripudio di fiori difficili da classificare, il mughetto e la ginestra sopra tutti, il fruttato che va dalla mela alla pesca gialla attraversando tutti gli agrumi che si percepiscono come canditi. Poi c’è un meraviglioso tè verde, fresco, quasi balsamico che invade anche il palato donando una pulizia e un’eleganza al sorso che sorprende. Non vi è una nota di dolcezza stucchevole, tutto è perfettamente bilanciato, le grandi aspettative percepite dal naso, trovano identico riscontro al gustativo. Il sorso è lunghissimo, avvolgente e ammaliante con un finale verticale determinato da una acidità ben presente e da una nota sapida che invoglia a versare altro nettare nel calice. Certo, il luogo della memoria, tanto caro a Pavese esprime in questo vino tutto il dna di un territorio che sembra nato (e forse lo è davvero) per coltivare il moscato così da poter scrivere pagine indelebili della storia passata e così da regalarci un luogo dell’immaginazione e del sogno, il tutto riassunto e concentrato in un calice di Moscato d’Asti Vigna Vecchia.

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