Ischia Forastera 2011

Degustatore: Luciano Pignataro Valutazione: N/A
Data degustazione: 09/2012


Tipologia: DOC Bianco
Vitigni: forastera
Titolo alcolometrico: 13 %
Produttore: PIETRATORCIA – Cantine di Pietratorcia
Bottiglia: 750 ml
Prezzo enoteca: da 7,50 a 10 euro


Forastera lo dice la parola stessa. Uva che viene da fuori, forestiera. Certo, dal punto di vista, diciamo, americano, sarebbe difficile definire così grappoli che vengono coltivati tra i terrazzamenti tenuti dalle paramine, muri a secco di tufo verde, da almeno 150 anni, ma si sa che la psicologia europea è alquanto conservatrice. Questo bianco fu introdotto perché, la storia si ripete, era considerato migliorativo rispetto alla delicata biancolella, dolce uva coltivata da sempre a Ischia, Capri e in parte sulla Costa d’Amalfi. L’ossessione per il monovitigno ha portato a riscoprirla non più come partner ma come solista. Lo ha fatto Casa D’Ambra qualche anno fa e adesso è la volta di Pietratorcia, la bellissima cantina immersa nel verde degli olivi, fichi d’india e macchia mediterranea a Forio fondata nel 1996 dalle famiglie Iacono, Verde e Regine. Ogni volta che viaggio in questi vigneti circondati dal mare e dal cielo mi sembra di calpestare un sito archeologico non ancora scavato: spuntano colonne, statuette, cocci, case, insomma, emerge prepotente la cultura terragna contadina dell’isola che per almeno due secoli è stato il principale serbatoio della sete di Napoli. Erano tremila gli ettari coltivati all’inizio del ‘900, ora non arrivano a 400. Il Forastera interpreta il Campania style alla quale ormai sono uniformati quasi tutti i produttori: freschezza in primo piano, sapidità, niente dolcezze. Complice la cucina, il gusto e i terreni vulcanici che qui sono in continua ebollizione facendo di questa isola e dei contigui Campi Flegrei una delle sceneggiature ideali per i film catastrofisti che non potrebbero far convivere meglio il quotidiano antropologico e la brutale forza di Efesto. La storia di Pietratorcia è anzitutto il recupero di una cultura sommersa dall’abusivismo edilizio e dal guadagno turistico che ha strappato la voglia di coltivare la terra consentendo la fuga dalla fatica, come si chiama al Sud il lavoro. Avrebbero potuto semplicemente vinificare le uve di altri e invece sono ripartiti dalle origini, dalla terra ripiantando uva a Chignole e a Cuotto,mentre Gino ha studiato enologia a San Michele all’Adige. Ora la scala gerarchia aziendale vede i due blend intesta, Tenuta Chignole (biancolella, forastera e fiano) e Tenuta Cuotto (biancolella, forastera e greco) in cui le due uve alloctone di origine irpina regalano profumi nel primo caso e spalla nel secondo. Poi i due monovitigni, la Biancolella e la Forastera. Ho scelto quest’ultima per questo pezzo di Garantito Igp perché voglio che questa uva sconosciuta fuori dalla Campania abbia per un momento i riflettori accesi di Garantito Igp in quanto esempio di biodiversità, essenzialità, eleganza e stratosferico rapporto tra qualità e prezzo. Un vino bianco della convivialità, da spendere sulla cucina di mare essenziale dell’isola, crudi e carpacci marinati nel limone e le erbe spontanee, oppure sulle paste con i legumi, piselli e ceci sopra gli altri.

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