Capasonato Rosso

Degustatore: Roberto Giuliani Valutazione: @@@@@
Data degustazione: 07/2013


Tipologia: Vdt Rosso
Vitigni: primitivo
Titolo alcolometrico: 17,5 %
Produttore: PICHIERRI – Vinicola Savese
Bottiglia: 750 ml
Prezzo enoteca: oltre i 50 euro


“Quasi per sfida abbiamo voluto conservare per quasi 30 anni del nettare di Primitivo all’interno dei Capasoni, i tipici contenitori in terracotta utilizzati dai contadini di un tempo per la fermentazione e lo stoccaggio dei vini. Attraverso l’assemblaggio di diversi Capasoni di Primitivo di Sava del 1984 e del 1985, con nostra stessa sorpresa, abbiamo ottenuto qualcosa di unico e raro. Il risultato è un vino che sa di storia e di amore”. Questo è quanto raccontano Vittorio, Roberto e Aldo Pichierri nel presentare il Capasonato, con il tappo ricoperto dalla ceralacca e sul vetro una rappresentazione in bronzo di una mano nell’atto di raccogliere un grappolo d’uva. Indubbiamente stiamo parlando di un vino del tutto particolare, la cui gradazione spiega già molte cose: 17,5% più 2,5 non svolto. Quindi lo possiamo annoverare fra i vini liquorosi, sebbene abbia delle caratteristiche del tutto diverse. E’ da sottolineare che il vino non ha subito né filtrazioni, né chiarifiche, né refrigerazioni. Prima di degustarlo e raccontarvelo vorrei soffermarmi sul fatto che qui, molto prima che l’uso delle anfore divenisse una moda, i capasoni si usavano tradizionalmente da secoli e secoli per conservare il primitivo, questo la dice lunga sul fatto che noi abbiamo sempre il vizio di andare a cercare fuori ciò che, spesso, abbiamo già in casa. Non c’era bisogno di scomodare il Caucaso per scoprire che le anfore di terracotta rappresentano uno dei più antichi contenitori del prezioso nettare. Ma tant’è, scendiamo nel dettaglio di questo poderoso rosso pugliese: e sì, non può che farsi notare già dal colore, aranciato-mattonato, come del resto ci si può aspettare dopo trent’anni di conservazione, ma di grande compattezza e profondità. Non è neanche necessario accostarlo al naso per essere travolti dai suoi profumi che, dopo l’inevitabile soffio etereo, rivelano note di cuoio conciato, prugna secca, cioccolato fondente ripieno all’amarena, non un cenno di surmaturazione o decadimento, continua con rintocchi di bracere, liquirizia, funghi secchi, scatola di sigari, caffé, catrame, polvere da sparo e via via in un susseguirsi di sensazioni che ricordano le classiche spezie dei frati camaldolesi. Al palato è un tripudio per le papille gustative, ricco e denso quanto ancora vivissimo, il residuo zuccherino stempera la potenza alcolica che, bisogna dirlo, non intimidisce neanche ora che fa caldo, tanto generoso e avviluppante è il suo nettare. Inutile dire che la persistenza è praticamente interminabile, tanta materia sostenuta da un nerbo inaspettato per gli anni che porta in grembo. Purtroppo la “tiratura” è decisamente limitata, circa 2.000 bottiglie custodite in legno con tanto di serratura, ad un prezzo che non è certo fuori misura per un così straordinario racconto di storia, circa 70 euro.

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