Barbaresco Pajé Riserva 1997

Degustatore: Roberto Giuliani Valutazione: @@@@@
Data degustazione: 09/2010


Tipologia: DOCG Rosso
Vitigni: nebbiolo
Titolo alcolometrico: 13,5 %
Produttore: ROAGNA – Azienda Agricola I Paglieri
Bottiglia: 750 ml
Prezzo enoteca: da 25 a 50 euro


Quella dei Roagna è condizione emblematica, è un’azienda storica in grado di forgiare vini straordinari, di grande personalità e classe, eppure la loro fama non ha mai raggiunto quella di altri “concorrenti”, sembra quasi una realtà per “addetti ai lavori”, probabilmente questo è dovuto anche al fatto che non amano entrare nelle guide vinicole e difficilmente partecipano ad eventi, uno dei rarissimi casi è “Sorgente del vino, mostra dei vini naturali di territorio e tradizione”. Già, perché questi vini sono figli di una profonda convinzione che la vigna ha le sue regole, non ha senso usare fertilizzanti o concimature quando l’inerbimento perenne (seguito in modo selettivo) è in grado di fornire tutte le sostanze di cui la vite ha bisogno. Mentre scrivo queste mie riflessioni sono costantemente “disturbato” dagli inebrianti profumi che mi arrivano dal calice e mi trascinano su un piano puramente emotivo, esaltante, tanto più perché non hanno affatto i tratti di quel millesimo tanto decantato, che nel tempo ha denunciato qualche limite soprattutto per chi aveva puntato troppo sull’estrazione e la surmaturazione. Il 1997 fu annata calda, non come la 2003, questo è certo, ma comunque abbastanza calda da produrre uve molto mature e con un’acidità non proprio travolgente. Le degustazioni dei vini rossi piemontesi, toscani e della maggior parte dello Stivale evidenziavano tono di frutta molto matura e scura, un’alcolicità potente e una struttura altrettanto vigorosa. Il Barbaresco Pajé Riserva, che dichiara in etichetta 13,5 gradi, viaggia su un terreno assai diverso, la prima cosa che noti accostandolo al naso è proprio la freschezza. Lasciamo perdere il colore, che qui è tradizionalmente quello del nebbiolo, un granato netto e di giusta trasparenza, ma la trama olfattiva ha una bellezza disarmante e un equilibrio in ogni sua componente che non può non scioglierti in deliquio. I toni terziari, che dopo 13 anni hanno logicamente il diritto di mostrarsi in tutta la loro complessità (fiori secchi, funghi, tabacco da pipa, goudron, cuoio, terra, grafite), occupano un ruolo gratificante ma rispettoso grazie ad un’ancora esuberante freschezza, che ritroviamo in una ciliegia per nulla appassita e in accenti minerali e argillosi di grande suggestione, poi c’è la liquirizia, la prugna dolce, una vena agrumata bellissima, il tartufo e le sensazioni del sottobosco, la felce, il muschio, la lavanda. Al palato non sorprende di certo trovarlo così vivo, fresco, giovane, con un tannino esemplare, di grande setosità, una carica espressiva voluttuosa e inebriante che ha il potere di dare alla giornata appena iniziata un carattere gioioso e vitale, positivo, a tratti raggiante. Mentre riaccosto il naso questo rosso magico mi spara una viola tutt’altro che secca, nuances agrumate ancora più spiccate, bellissimo l’alternarsi di cuoio e note dolci, mentre la bocca gioisce di una suggestiva sapidità. Persistenza magnifica, di grande ampiezza, gran bel vino davvero, non gli manca nulla. Da apprezzare in compagnia di: “Bénédiction de Dieu dans la solitude”, nella magistrale interpretazione di Claudio Arrau.

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