Podere Vito Cardinali: lacrima e verdicchio per raccontare la viticoltura di Morro d’Alba

Lo scorso 26 settembre si è tenuta a Milano, presso il Ristornate DanielCanzian, una serata dedicata ai vini dell’azienda Podere Vito Cardinali di Morro d’Alba. Il suddetto borgo Medievale, in provincia di Ancona, dista appena 10 chilometri dalla costa Adriatica; è noto per il vitigno lacrima e dà il nome alla relativa DOC marchigiana istituita nel 1985.

– I primi ettari li abbiamo acquistati nel 1972 mentre nel 1977 nasce ufficialmente il Podere. All’inizio si trattava soltanto di pochi fazzoletti di terra che dovevano servire come “rifugio” dal caos industriale di Milano, per saltuarie fughe dallo stress quotidiano. Ritornare nei luoghi della mia infanzia e della prima gioventù. Anno dopo anno la passione per le colline marchigiane mi ha spinto a voler fare di più, a voler promuovere il territorio e le sue peculiarità. Alludo alle antiche colture legate alla vite e all’ulivo, le stesse che mi hanno spinto ad investire ancora più risorse ed energie in questo progetto. – Con questa introduzione Vito Cardinali, volto simpatico e modo di fare garbato e coinvolgente, presenta sé stesso – e l’azienda omonima – ad un gruppo di giornalisti accorsi appositamente per degustare i suoi vini: Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Vito 2023 e Marche Rosso Costa Lisiano 2023.

Il nostro protagonista nasce a Morro d’Alba, ma è la città meneghina – ovvero la capitale italiana del commercio e dell’imprenditoria – in un primo periodo ad accoglierlo, e successivamente a rappresentare la sua “piazza affari”. Stiamo parlando di un imprenditore italiano di grande successo: fonda nel 1980 CPC Inox e nel 2000 avvia la holding di famigli HDM, che include al suo interno partecipazioni societarie in altre realtà industriali e immobiliari. Nel 2023 finalizza l’acquisizione di AD Tubi e cambia il nome della holding in Cardinali Holding.

L’avventura, come tanti uomini della sua generazione, inizia partendo dalle fondamenta, dall’umiltà e dalla voglia di fare a 360° e di realizzare progetti, sogni. Appena ventenne fa la prima esperienza significativa dal suo amico Ing. Romolo Manoni all’acciaieria di Terni, ma ci rimane pochi mesi perché ben presto si trasferisce in provincia di Milano presso la direzione commerciale della stessa azienda. La sua storia insomma inizia proprio così.

Molti lettori si staranno chiedendo cosa c’entra tutto ciò con il mondo del vino. Nulla apparentemente, e invece no. Vito Cardinali sin da piccolo coltiva la passione per la terra, per le colture e per la natura a 360°. Ama soprattutto l’idea di salvaguardare l’ambiente, di mantenerlo il più possibile incontaminato affinché i propri figli, e nipoti, possano crescere in un luogo sano come quello che ha vissuto lui.

Ancor oggi racconta che assistere ad un tramonto, ad un’alba, passeggiando per alcuni versanti collinari di Morro d’Alba – dove all’orizzonte non si scorge nient’altro che seminativi, uliveti e vigneti – è tra i doni migliori che un uomo possa ricevere dalla vita. Non posso che condividere questo pensiero. La grande attenzione nei confronti della sostenibilità l’ha portato a creare l’azienda agricola Podere Vito Cardinali. Egli la definisce: “Espressione del reale impegno del Gruppo (Cardinali Holding) a sostegno della causa ambientalista”. Trovo questa visione più che mai attuale, e da ciò che apprendo la stessa si traduce in diverse attività concrete inerenti al supporto e alla valorizzazione del territorio. Alludo alla sponsorizzazione di progetti green ed attuazione di processi produttivi incentrati sul rispetto per l’ambiente.

Anche dopo aver avviato ufficialmente il Podere, nel 1977, Vito Cardinali continua ad avere un’idea fissa in testa: produrre vino e farlo nel migliore dei modi, con uve autoctone della sua terra. Per meglio comprendere il suolo dei vigneti, ed il loro relativo potenziale, chiama in causa l’enologo Enrico Simonini residente a Morro d’Alba; ho avuto il piacere di fare la sua conoscenza durante la serata milanese. Avvia inoltre una collaborazione con l’Istituto ISVEA riguardante l’analisi e lo studio della microzonazione. Il fine è comprendere il potenziale di questi vigneti ed individuare le mosse giuste per giungere al risultato finale, ovvero la massima qualità dei vini prodotti.

Tutto ha inizio tra i filari, dove la vite affonda le proprie radici su un terreno misto, argilloso e sabbioso. Gli stessi sono trattati con inerbimento e sovescio in modo da arrivare alla raccolta con uve sane e di ottima qualità. Alludo a due tra le cultivar più note delle Marche: lacrima e verdicchio. Da qui i primi esperimenti in vigna e in cantina, le prime microvinificazioni.

Ottenuti risultati più che soddisfacenti, l’idea di costruire nel 2021 una cantina ipogea studiata nei minimi dettagli affinché la struttura possa integrarsi al meglio con l’ambiente circostante. La prima vinificazione avviene proprio con la vendemmia 2023 e vede la nascita del Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico “Vito”. Prossimamente uscirà anche la versione Riserva. – La vendemmia 2023 ha dato una produzione sicuramente minore – spiega l’enologo Enrico Simonini – ma l’attenta cura nei vigneti e la buona “ossessione” dello staff aziendale, ha permesso di raccogliere un eccellente prodotto.

– Podere Vito Cardinali non è soltanto verdicchio, e lo dimostra con un vino rosso da uve lacrima in purezza che mi ha sorpreso. Una volta versato all’interno del calice mi ha spiazzato totalmente, soprattutto considerando la trama cromatica rubino chiaro con riflessi violacei; da Sangiovese in purezza per intenderci. Vito e il suo staff intendono offrire una versione che si discosta non poco dai canoni classici attribuiti al vino Lacrima di Morro d’Alba. Alludo al colore profondo, fitto ed impenetrabile, al suo respiro intenso e al gusto pronunciato, ricco e non privo di densità gustativa il più delle volte. Un vino che, salvo le eccezioni del caso s’intende, dà il meglio di sé accanto alla buona tavola.

Attualmente, infatti, il suo Lacrima esce sotto l’IGT Marche Rosso. I dettagli li vedremo in seguito non voglio “spoilerare” come dicono quelli davvero giovani. Le aspettative sono altissime riguardo questo prodotto e non solo: nei prossimi anni si conta di arrivare ad una produzione di 100.000 bottiglie annue, derivanti dagli attuali 35 ettari di vigneto coltivati per il 77% a verdicchio e il restante a lacrima e trebbiano. Attualmente il totale si attesta attorno alle 30.000.

L’azienda è in conversione al biologico, la certificazione arriverà nel 2026. Gli altri 65 ettari della tenuta, per un totale di 100, sono suddivisi in coltivazione di olive, frutta – prevalentemente noccioli – visciole e melograno. Durante la cena ho avuto modo di assaggiare anche l’Olio Extra Vergine d’Oliva “Morro” prodotto dall’azienda mediante l’utilizzo di cultivar locali, tra cui l’oliva raggia che amo particolarmente; deve riconoscere che la qualità è risultata altissima. Tonalità verdi intense, quasi ipnotiche, un gusto pronunciato e al contempo morbido vivacizzato qua e là da guizzi acidi, da una piccantezza moderata e un finale di carciofo che sfuma lentamente. Il suo sapore si attacca al palato per diversi minuti senza in alcun modo saturare i recettori del gusto. Vito, grande appassionato di olio evo, confida al pubblico di presenti che intende realizzare un prodotto da monocultivar raggia. La curiosità di assaggiarlo è davvero tanta lo ammetto, spero in azienda ovviamente.

Prima di passare al consueto punto di vista sui vini degustati desidero spendere due parole in favore degli ottimi finger food, ivi compreso il piatto di portata principale, cucinati dallo chef Daniel Canzian titolare del ristorante omonimo. Nell’ordine: cannolo di polenta, baccalà mantecato e spezie mediterranee, biscotto al parmigiano e anguria gialla, gnocco fritto con prosciutto crudo di Parma, ambrogini dorati, panzerotti alla paprika e uno tra i piatti iconici dello chef (in carta sin dal 2013) ovvero risotto al limone, sugo d’arrosto e liquirizia. L’ottimo equilibrio gustativo di queste preparazioni culinarie ha saputo esaltare al meglio i due vini proposti. Viceversa, la grande freschezza riscontrata – tanto nel Verdicchio quanto nel Lacrima – ha bilanciato sapientemente la grassezza e tendenza dolce del cibo.

Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Vito 2023
Uve verdicchio in purezza vendemmiate, a mano, ad inizio/metà settembre. Le stesse provengono dai vigneti della zona di Sant’Amico, soltanto dalle migliori parcelle; l’area è situata ad un’altitudine media di 200 metri sul livello del mare con differenti esposizioni. Principalmente si tratta di terreni misti di argilla con una buona componente sabbiosa. Riguardo la vinificazione il mosto ottenuto sosta in acciaio, sulle fecce fini, per circa sei mesi. Il vino viene filtrato e imbottigliato nel mese di marzo. Paglierino chiaro, luminoso, buon estratto. Respiro di media intensità con note salmastre/iodate, ginestra, melone giallo e un agrume dolce; frutta secca in chiusura. Naso pulito e privo di sbavature, spigliato, pecca forse un po’ a livello d’intensità ma a mio avviso è ancora giovane. Ne assaggio un sorso e ritrovo un vino centrato. Alludo principalmente all’equilibrio delle componenti gustative, tra guizzi acidi e ritorni salini ben bilanciati. Apprezzo soprattutto la persistenza di questo vino, il peso specifico proporzionato e la totale assenza d’alcol percepito.

Marche Rosso Costa Lisiano 2023
Uve lacrima in purezza, la vendemmia manuale è avvenuta a metà settembre. Vengono selezionati soltanto i migliori grappoli, gli stessi provengono dai vigneti in contrada Lisciano dal quale deriva il nome del vino; ci troviamo ad un’altezza di oltre 200 metri sul livello del mare. I terreni, esposti a sud-est, sono misto argillosi e sabbiosi con una forte componente calcarea. In cantina la macerazione delle uve è piuttosto lunga e l’estrazione al quanto soffice. Il mosto sosta in acciaio, sulle fecce fini, per circa sei mesi; il vino ottenuto viene filtrato e imbottigliato nel mese di marzo. Mi ha particolarmente stupito il colore per via della sua naturale tendenza al rubino di media intensità, e trasparenza, con riflessi violacei; buon estratto. Il timbro è incalzante, fresco e gioviale, ha in sé tutte le peculiarità del vitigno – alludo principalmente al corredo floreale – dunque suggestioni di zagara, violetta, frutti rossi di bosco e pesca matura. Colpisce anche in questo caso la lunga persistenza nonostante l’assenza di peso, eccessiva struttura e alcolicità. Qui al contrario ritrovo slancio, freschezza, guizzi sapidi e una chiusura ammandorlata che invoglia il sorso successivo. Molto buono.
Andrea Li Calzi




